Anguillara, il suicidio dei genitori di Claudio Carlomagno visto da Elisa Giordano: la piccola comunità e i social

Posta dei Lettori; Elisa Giordano

Negli ultimi anni la gogna mediatica sui social network è diventata una reazione quasi automatica ai fatti di cronaca più gravi.

Anguillara

Ci sono tragedie che non si esauriscono con il fatto di cronaca che le ha generate, continuano a produrre dolore nello spazio pubblico, soprattutto online, dove la rabbia collettiva si trasforma rapidamente in odio e l’odio perde ogni confine.

Negli ultimi anni la gogna mediatica sui social network è diventata una reazione quasi automatica ai fatti di cronaca più gravi.
Dopo un femminicidio o un delitto particolarmente violento, l’indignazione si riversa in rete e finisce spesso per colpire non solo il colpevole, ma anche chi gli sta attorno: genitori, familiari, persone che non hanno alcuna responsabilità penale.

È quanto accaduto anche nell’ultimo fatto di cronaca legato all’omicidio di Federica Torzullo.

I profili social dei genitori dell’uomo accusato del delitto sono stati presi di mira da un’ondata di insulti, accuse e odio, con particolare accanimento nei confronti della madre.
Una vera e propria gogna mediatica che, secondo quanto riportato da diverse testate, avrebbe preceduto il suicidio della coppia.

Nel tribunale dei social non esiste presunzione di innocenza, né spazio per la complessità.
Funziona la colpa per associazione: “non hanno educato”, “sapevano”, “sono complici”.
Accuse gravissime, quasi sempre prive di riscontri, ma capaci di esporre al pubblico ludibrio persone già travolte da un dolore enorme.

Elisa Giordano

I social network offrono un’illusione pericolosa: quella di poter dire tutto senza conseguenze. Dietro uno schermo, la violenza verbale viene scambiata per giustizia, l’umiliazione pubblica per impegno morale.

Ma la gogna social non è virtuale: è reale, concreta, e lascia segni profondi.
Non è la prima volta che l’odio online produce conseguenze irreversibili. Negli anni, diverse persone si sono tolte la vita dopo essere state travolte da campagne di odio sui social, tra insulti, minacce e accuse pubbliche.
In questi casi si parla spesso di fragilità individuale, ma raramente si riconosce il peso di un attacco collettivo continuo e disumanizzante.

⚠️Riflettere su tutto questo non significa attenuare la gravità dei reati, né assolvere chi li commette. Significa rifiutare l’idea che l’odio sia una risposta accettabile alla violenza. Perché quando l’indignazione perde ogni limite, finisce per produrre nuove vittime, e il confine tra giustizia e distruzione si dissolve.⚠️

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