Il marmo riemerso dal fango: a Livorno una lapide romana riscrive la storia del territorio

Il marmo riemerso dal fango: a Livorno una lapide romana riscrive la storia del territorio


LIVORNO – Non è stato il tempo, ma il caso a restituire un frammento intatto di Roma imperiale tra le pieghe della campagna livornese. Durante un sopralluogo in un’area rurale, Roberto Tessari, esperto del Gruppo Archeologico Paleontologico cittadino, ha notato un’insolita geometria affiorare dalle acque di un canale di scolo. Quella che sembrava una pietra comune si è rivelata una lapide funeraria del II secolo d.C., un reperto di straordinaria fattura che apre nuovi scenari sulla presenza romana nel litorale toscano.
Un reperto “perfetto”
La lastra, larga 45 centimetri e alta esattamente un piede romano (29 cm), presenta un’epigrafe in lettere capitali ancora nitide e armoniose. La cura estetica del testo suggerisce la mano di un artigiano esperto, eppure il manufatto nasconde un dettaglio che ha immediatamente acceso l’interesse degli studiosi della Soprintendenza di Pisa e Livorno.
Il giallo del laboratorio perduto
Il retro della pietra è grezzo, privo di malta o segni di fissaggio. Questo dettaglio tecnico suggerisce un’ipotesi affascinante: la lapide potrebbe non essere mai stata utilizzata. Gli archeologi, guidati dalla funzionaria Lorella Alderighi, ipotizzano che proprio in quell’area sorgesse un antico laboratorio lapicida (una bottega di scalpellini). Il canale potrebbe aver custodito per secoli un pezzo “di magazzino” o un’opera mai consegnata, trasformando un semplice fossato in un potenziale sito di scavo industriale dell’antichità.
Operazione recupero
Date le dimensioni e la posizione impervia, per l’estrazione è stato necessario l’intervento dei Vigili del Fuoco, che hanno sollevato il reperto mettendolo in sicurezza. Ora la lastra si trova presso i laboratori della Soprintendenza diretti da Valerio Tesi: dopo la pulitura, l’obiettivo è restituirla alla cittadinanza in un’esposizione dedicata, per raccontare quel capitolo della Livorno romana rimasto finora sommerso.

Approfondimento tecnico sulla lapide e sull’antica maestria
L’Anatomia dell’Epigrafe
L’analisi preliminare rivela una meticolosa pianificazione geometrica, tipica delle botteghe romane di alto livello:
Proporzioni “Auree”: L’altezza di 29 cm non è casuale, ma corrisponde esattamente a 1 piede romano (pes). Questa misura standardizzata serviva ai lapicidi per calcolare lo spazio necessario alle righe di testo e alla cornice.
Impaginazione e Ordinatio: Prima di incidere, l’artigiano tracciava con il gesso o il carbone le linee guida (i fines). Le lettere capitali di 4 cm mostrano una regolarità che indica l’uso di modelli alfabetici precisi, garantendo la leggibilità anche a distanza.
Paleografia del II Secolo: La forma delle lettere aiuta a datare il reperto. Nel II secolo d.C., la scrittura epigrafica raggiunse il suo apice estetico, con un uso sapiente dei chiaroscuri (solchi a sezione triangolare) che sfruttavano la luce solare per rendere il testo tridimensionale.
Il Mistero della Bottega “Fantasmi”
L’assenza di malta e il retro grezzo sono gli indizi più eccitanti per gli archeologi. Cosa ci dice questo sul sito del ritrovamento?
Produzione Locale: La presenza di una lapide “semilavorata” o mai installata suggerisce che Livorno non fosse solo un punto di transito, ma un centro di produzione attiva. I blocchi di pietra arrivavano probabilmente via mare o dai vicini monti pisani per essere lavorati in loco.
Il Catalogo del Lapicida: Spesso le botteghe tenevano lapidi pre-incise con formule standard (come il classico D.M., “Agli Dei Mani”), lasciando lo spazio vuoto per il nome del defunto. Il reperto di Livorno, essendo integro nel testo, potrebbe essere stato un pezzo completato ma scartato per un errore dell’ultimo minuto o mai ritirato dal committente.
Logistica Antica: Il ritrovamento in un canale potrebbe indicare che l’officina sorgeva vicino a una via d’acqua, fondamentale per il trasporto dei pesanti blocchi di pietra verso le necropoli della zona.
Conservazione e Prospettive
Attualmente, il reperto è sotto la tutela della Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio di Pisa e Livorno. Il processo di pulitura non è solo estetico: serve a rimuovere i sedimenti calcarei che potrebbero celare tracce di minio (il pigmento rosso usato dai romani per colorare le lettere) o piccoli segni di correzione dello scalpello, fondamentali per ricostruire l’intera “storia clinica” del pezzo.

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