Posta dei Lettori: Elisa Giordano
Scrivo questo articolo in relazione a un fatto preciso, avvenuto a Livorno, non per alimentare generalizzazioni o sospetti indiscriminati.

Proprio perché i fatti sono gravi, meritano di essere nominati con chiarezza.
Un professore di sostegno è stato condannato in primo grado per aver molestato sessualmente studentesse minorenni e disabili, approfittando del suo ruolo e della condizione di fragilità delle vittime. Secondo quanto emerso nel processo, gli abusi sarebbero avvenuti all’interno dell’ambiente scolastico, il luogo che dovrebbe rappresentare per definizione uno spazio di protezione e fiducia.
Le molestie sono sempre un atto vile. Lo sono per definizione, perché nascono dall’abuso di potere, dalla sopraffazione, dalla riduzione dell’altro a oggetto. Ma diventano ancora più mostruose quando colpiscono chi non ha gli strumenti per difendersi, per denunciare, per essere creduto.
Quando le vittime sono persone disabili, minorenni, fragili, la violenza non è solo individuale: è un fallimento collettivo.
La scuola dovrebbe essere uno dei luoghi più sicuri della nostra società. Non solo perché vi si insegna, ma perché vi si cresce, vi si impara a fidarsi, vi si consegna una parte enorme della propria vita. Quando affidiamo i nostri figli alla scuola, li affidiamo allo Stato. Affidiamo allo Stato il loro corpo, la loro dignità, la loro sicurezza. E lo facciamo dando per scontato che esistano controlli, tutele, responsabilità.
Quando questa fiducia viene tradita, non basta dire che si tratta di “un caso isolato”. Non basta indignarsi per qualche giorno. Serve il coraggio di guardare il problema per quello che è: una ferita profonda nel patto tra cittadini e istituzioni.
Un insegnante di sostegno ha un ruolo ancora più delicato. È una figura chiamata non solo a insegnare, ma a proteggere, accompagnare, difendere. Tradire questo ruolo significa compiere una violenza doppia: contro la vittima e contro l’idea stessa di cura.

La civiltà di un Paese non si misura solo dalla sua economia o dalle sue leggi scritte, ma da come tutela i suoi fragili. Da quanto è capace di prevenire, non solo di punire. Da quanto è disposto ad ascoltare chi ha meno voce, e a credere a chi è più vulnerabile.
Ogni volta che una persona disabile subisce violenza in un luogo che dovrebbe essere sicuro, non è solo una vittima a essere colpita. È la nostra idea di comunità, di responsabilità, di Stato.
E allora l’indignazione non deve essere solo emotiva. Deve diventare richiesta di giustizia, di vigilanza, di cambiamento. Perché proteggere i più fragili non è un gesto di bontà: è il minimo indispensabile per definirci una società civile.
